Lella è caduta di Cristina Giuntini

farfa

“Una carbonara, mezza naturale, un caffè.”
Porsi i soldi alla cassiera con un sorriso, che lei, distratta, ricambiò a malapena, presi lo scontrino e mi misi alla ricerca di un posto a sedere. Volsi lo sguardo a destra e a sinistra senza riuscire a individuare un posto disponibile, finché, in un angolo appartato, non vidi Lella seduta da sola a un tavolo per due.
Lella lavorava nell’Ufficio Acquisti. Era una donna giovane, la cui età, però, non sarebbe stato facile indovinare dal suo aspetto. Esile, di carnagione chiara, col viso incorniciato da una massa di riccioli biondi piuttosto corti, aveva lineamenti regolari, eppure non la si sarebbe potuta definire bella: risultava, anzi, decisamente insignificante. Forse era colpa di quel suo ostinarsi a portare sempre jeans e maglie ampie in tinta unita, e a non usare neppure un filo di trucco. E sì che era un tipo gentile e affabile, almeno da quanto avevo potuto capire quando ci eravamo incontrate davanti al distributore delle bevande. Sarebbe stato piacevole passare la pausa con lei.
Prima che a qualcuno venisse la stessa idea, mi diressi spedita verso il suo tavolo. “Ciao, Lella!” la salutai. “Scusami, non trovo un posto libero, ti dispiace se mi siedo con te?”
Alzò gli occhi dal piatto, e deglutì il boccone che stava ancora masticando, prima di rispondere: “Per niente, accomodati pure.”
Mi sedetti con un sorriso. “Spero che la carbonara sia buona: due giorni fa era decisamente troppo al dente.” “Stavolta la cottura è giusta, almeno per i miei gusti” rispose, mordendo un rigatone. Fu in quel momento che la manica della sua maglia si rialzò leggermente, rivelando una vistosa fasciatura intorno al suo polso destro. Ebbi un leggero sobbalzo. “Caspita, Lella, ma cosa hai fatto?”
“Niente” rispose lei in fretta, arrossendo violentemente. “Sono… caduta dal tetto.”
“Dal tetto? E cosa ci facevi sul tetto?” feci, sempre più meravigliata.
“Ecco, io…” il rossore aumentò. “Volevo recuperare il gatto.”
“Il gatto?” Non riuscii a trattenere un accesso di risa. “E tu sali sul tetto per inseguire il gatto? Ma scusa, Lella! I gatti vanno e vengono da soli, dai tetti!”
“Beh, che vuoi farci, è un gattino di pochi mesi, avevo paura che si facesse male!” Arricciò il naso, un poco piccata. Sorrisi, scuotendo leggermente la testa. Non c’era da meravigliarsi che la mia collega si mettesse sulla difensiva e arrossisse in quel modo: in effetti, aveva proprio fatto una sciocchezza. “Beh, l’importante è che non sia successo niente di più grave” conclusi. Poi, percependo il disagio di Lella, cercai di cambiare discorso. “E’ previsto bel tempo, per questo fine settimana” dissi. “Pensavo di fare un giro in bicicletta. E tu?” Alzò le spalle, guardando nel vuoto. “Non so. Sai, Nando ama stare in casa…” Su quella vaga affermazione, la nostra conversazione cadde, come una linea telefonica interrotta.

Non sapevo molto di Lella, se non che conviveva con un uomo di qualche anno più vecchio di lei, Nando, appunto, e che non aveva figli. Da quel giorno del nostro pranzo insieme, però, iniziai a osservarla con attenzione. Ebbi la vaga impressione che non fosse esattamente benestante: oltre alla poca fantasia nei vestiti, che si limitava a tenere puliti e ordinati ma senza sfoggi di alcun tipo, notai che non possedeva uno smartphone, ma un semplice cellulare vecchio stile. La cosa mi meravigliò non poco: perfino mio padre, che non era proprio un ragazzino, aveva abbandonato il vecchio telefonino con la tastiera per acquistare un modello più aggiornato!
“Ma come fai a usare ancora quel vecchio telefonino?” le chiesi un giorno, incrociandola davanti al distributore del caffè. Lei alzò le spalle. “Serve per telefonare, no?” rispose.
“Beh, serve anche per moltissime altre cose. Per esempio, i gruppi WhatsApp sono molto utili per la comunicazione veloce e contemporanea…”
“Io non sono su WhatsApp.”
“Ma neppure su Facebook?”
“Facebook?” Lella assunse un’espressione quasi terrorizzata. “E cosa dovrei farci? E’ un posto per single o per gente in cerca di avventure. Non ho voglia di sfasciare la mia convivenza, grazie!” Non ero d’accordo con la sua visione, ma non mi sentii di insistere. “Ma non ti capita mai di dover cercare una strada, che so, un negozio, un’informazione?” chiesi invece.
“Sono sempre con Nando, non ho bisogno di niente” rispose lei, decisa. “Ma se per caso sei da sola in auto…” “Io non posseggo un’auto. A che mi serve? Può accompagnarmi Nando.” Sviai di nuovo il discorso, convinta di essere andata a sbattere contro una storia di ristrettezze economiche. Certo, non doveva essere facile, mi dissi. Iniziai quindi un’accurata analisi circa le due miscele di caffè presenti nel distributore e il loro rapporto qualità/prezzo, una di quelle conversazioni che non interessano realmente a nessuno degli interlocutori, ma servono solamente a far passare il tempo. Quando, però, Lella si voltò per gettare il bicchiere di carta nel cestino, notai, sotto la sua mascella, un livido che diversi strati di fondotinta non erano riusciti a nascondere del tutto. Istintivamente aprii la bocca, ma non emisi suono, incerta sul da farsi: era il caso di domandare, o sarebbe stato da maleducata? Non feci in tempo a darmi una risposta, prima che Lella si accorgesse della mia espressone. Si morse le labbra, mentre le sue guance si facevano rosse. “Si vede, vero? Un incidente così stupido… Pensa, stavo spazzando, ho fatto un movimento brusco, sono caduta e il manico della scopa mi ha colpita violentemente sotto la mascella.” Annuii, pensando a quella statistica sugli incidenti domestici che avevo letto poco tempo prima. Certo, però, che Lella cadeva un po’ troppo spesso: doveva essere un tipo molto distratto. “Ma ti fa male?” “Un poco, ma ho usato una pomata, domani starò meglio.” “Ma non sarebbe il caso di farti vedere al Pronto Soccorso?” “Per un livido? Andiamo, non diciamo sciocchezze. Non è niente, davvero.” Lella concluse la frase con un sorriso stanco, e io mi dissi che mi stavo preoccupando per niente: d’altronde, se lei stessa diceva che andava tutto bene, non c’era motivo per non crederle.

Una mattina la vidi arrivare in auto, insieme a Nando. Era un bell’uomo, dall’aria rude quel tanto che bastava, e sicuramente, mi dissi, non erano poche le donne che avevano fatto un pensierino su di lui. Fui, però, disturbata dai suoi modi spicci e nervosi. Non potevo, ovviamente, sentire i loro discorsi attraverso i finestrini chiusi, ma intuii che non si trattava di parole gentili, almeno da parte di lui. Lella teneva gli occhi bassi e rispondeva a monosillabi, mentre Nando la apostrofava con fare aggressivo. Finalmente, con mossa sgraziata, aprì la portiera e quasi la spinse fuori, per poi ripartire sgommando.
Lella si lisciò i pantaloni, sempre a testa bassa, e poi si avviò verso il portone. Quando si girò e mi vide, il suo volto si fece bianco. “Lella, come stai?” le chiesi con intenzione. “Bene!” si affrettò a rispondere lei. “Solo un poco stanca. Non abbiamo dormito molto, stanotte, e Nando è un poco nervoso.” “Ma è successo qualcosa?” “No, niente, un mal di denti…” Mentre parlava, Lella si aggiustò il colletto della camicetta, quasi a voler nascondere qualcosa. Quel gesto, apparentemente banale, non mi sfuggì. Cercai di provocarla. “Ma come fai a stare così accollata? Fa un caldo, oggi!” Mi aprii un bottone del colletto. “Non ti disturba, stare con tutti i bottoni agganciati?” “No, no! Lella quasi urlò, poi si ricompose. “No, grazie, non ho per niente caldo. Sono sempre stata un tipo freddoloso, io.” Mi fece un cenno con la mano, poi sparì nel suo ufficio.
“E vabbè, tutti litigano, no?” Mara, la mia vicina di scrivania, fece spallucce. “Non mi dirai che tu
e tuo marito siete così virtuosi da esserne immuni!” “No, cosa c’entra!” Scossi la testa. “Non litigare mai sarebbe da pazzi, o da disinteressati. Ma non è questo il punto. Ammetterai che non sono normali tutte queste cadute!” “Gli incidenti domestici fanno più vittime delle guerre. Ricordi quella statistica?” “Sì, certo, la ricordo. Ma le cadute di Lella, in qualche modo, non mi convincono. E non mi piace quel Nando, mi dà una sensazione sgradevole.” “E cosa vorresti fare, sentiamo?” Mara si tolse gli occhiali e si appoggiò alla spalliera della sedia, come chi si appresta a fare un discorso sensato a una bambina ostinata. “Intervenire, denunciarlo magari, sulla base di sensazioni e sospetti?” “Quei lividi non sono sensazioni, sono reali!” “Ciò non toglie che non provino niente. Potrebbe, appunto, esserseli provocati cadendo.” Mi morsi le labbra, senza replicare. “Rischieresti di mettere nei guai un innocente, solo perché il suo modo di fare non ti convince. D’altronde” proseguì, guardando nel vuoto, “ogni coppia trova il proprio equilibrio. Se questo è il loro, non vedo perché dovresti metterti nel mezzo.” Se avevo sperato di trovare solidarietà in Mara, evidentemente avevo riposto male le mie aspettative.
“Ogni coppia trova il proprio equilibrio.” Facile, mi dissi. Facile chiudere gli occhi con questa scusa. Io, però, ero sempre più convinta che non fosse così, che Lella avesse bisogno di aiuto. Il guaio era che non riusciva a riconoscerlo.

La stagione si stava facendo più fredda, le maniche delle camicie e delle maglie si allungavano, le scollature si richiudevano, e i vestiti nascondevano gelosamente chissà quali tristi segreti sul corpo di Lella. Se le membra non parlavano, erano però i suoi occhi e l’espressione del suo viso a raccontare quello che le stava succedendo, e a me era sempre più difficile trattenermi, osservando il dolore che aveva stampato in viso. Ogni volta, però, che le chiedevo “Lella, come va?” lei metteva su un sorriso di plastica e aggiungeva una nota acuta alla sua voce, per rispondere che andava tutto benissimo, che non si poteva lamentare, e che finché c’era la salute c’era tutto.
Avvicinandosi il Natale, arrivò anche il tradizionale invito della ditta alla cena augurale. La mail ci raggiunse un Venerdì pomeriggio. Io e Mara ci prendemmo subito una pausa caffè, per scambiarci opinioni sul tipo di abbigliamento più adeguato all’occasione. Davanti al distributore incontrammo Lella, che girava la paletta nel suo bicchierino con aria pensierosa.
“Lella, tu ci sarai, vero?”
“Non so…” rispose, dopo una pausa. “Nando non ama mangiare da solo. Non saprebbe neppure dove mettere le mani, in cucina.”
“E non puoi lasciargli un piatto da riscaldare, se proprio non sa cucinare niente?”
Lella alzò le spalle. “Vedrò” fu la sua laconica risposta, prima di allontanarsi. Io e Mara ci scambiammo un’occhiata, poi, come al solito, Mara alzò le spalle.
Il Lunedì mattina, Lella andò a parlare con il capufficio. Poco dopo, lo vedemmo passare accanto a noi: scuoteva la testa. Perplessa, feci in modo di avere urgente bisogno di portare una pratica all’Ufficio Acquisti.
Lella mi salutò con un sorriso tirato. “Ci sarò, alla cena” mi disse, “e verrà anche Nando. Pagherà in proprio la sua parte, il Dottor Giusti ha detto che non ci sono problemi.”
Non commentai. Sentivo un brivido risalirmi lungo la schiena, e avevo sempre di più l’impressione di dibattermi in una cella blindata, senza possibilità di aprire uno spiraglio. La sensazione di impotenza che provavo davanti agli occhi tristi di Lella mi attanagliava, e non sapevo come uscirne. Soprattutto, non sapevo come farne uscire lei.
Improvvisamente, notai che si toccava una spalla, come se massaggiasse un punto dolorante. “Qualcosa non va?” le chiesi.
“Niente, niente, ieri sera stavo ballando quando sono scivolata e caduta per terra. Maledetti tacchi alti…” Un’altra caduta? Tacchi alti? Lella?
Presi un profondo respiro. “Senti, Lella. Se c’è qualcosa che hai bisogno di dirci, di tirare fuori, non devi avere paura… Se ci sono problemi possiamo aiutarti, puoi fidarti di noi” le dissi, cercando di dare alla mia voce un tono rassicurante.
Lei, però, si mise subito sulla difensiva. “Cosa vorresti dire? Che cosa ti sei messa in testa? Non devo dirti proprio niente. Va tutto benissimo, sono solo un poco sbadata, ma chi non lo è? Non penserai che…” Non risposi. Scossi la testa e uscii dalla stanza, con un vago cenno della mano.

Alla cena, Nando tenne banco con vari aneddoti goliardici e racconti di avventure galanti che fecero la gioia di svariati maschietti presenti. Scherzi, commentò Mara, niente altro che scherzi, probabilmente agevolati da un bicchiere di vino o due. Io lo ascoltavo arricciando il naso. Scherzi, certo, ma indicativi di una certa mentalità e di un certo modo di essere. D’altronde, mi dissi, Arlecchino si confessò burlando, e il viso tirato di Lella mi suggeriva che neppure lei gradisse più di tanto quel modo di divertirsi. Disgustata, mi alzai dal tavolo con la scusa di andare a fumare, e uscii nell’aria fredda della sera.
Presi un lungo respiro, appoggiandomi al muro del ristorante. Poi estrassi il pacchetto dalla borsetta e appoggiai una sigaretta alle labbra, ma non feci in tempo a prendere l’accendino prima che una fiammella mi balenasse davanti.
Inspirai, prima di voltarmi per vedere il sorriso beffardo di Nando e il suo sguardo che mi stava facendo la radiografia. “Bella serata” mi disse, con quel tono che si usa quando si vogliono espletare le formalità del caso il più velocemente possibile. “Sì” risposi ironica, “vedo che vi state divertendo molto.” Il suo sorriso si stemperò nell’inizio di una risata beffarda. “Conosco modi migliori di divertirsi, e scommetto che anche tu ne sei esperta.” Con orrore, lo vidi avvicinarsi e mi sentii prendere per la vita. “Sei bella…” sussurrò con voce roca, prima di avvinghiarsi a me. Mi ci volle solo un attimo per di allontanarlo con lo schiocco ben assestato delle mie cinque dita. “Bastardo!” sibilai. “Lella non merita un porco come te!” Si massaggiò la guancia, ma non spense il suo sorriso. “E tu chi saresti, per dirlo? Che cosa vorresti fare, eh?” In preda al voltastomaco, lo spinsi di lato e rientrai nel locale. Avevo bisogno di sciacquarmi il viso.
Passai la notte a tormentarmi. Che cosa dovevo fare? Dire tutto a Lella? Non avevo prove, e forse mi avrebbe preso per visionaria, o, peggio, per invidiosa. Tacere, e lasciare così che venisse ingannata, oltre che fatta oggetto di violenza, cosa di cui oramai ero sicura? Non feci in tempo a darmi una risposta: non appena arrivai in ufficio, la vidi dirigersi verso di me, con un’espressione che non prometteva niente di buono.
“Sei una schifosa!” mi urlò sul viso. “E sei pure sposata! Non ti basta tuo marito, eh? Anche il mio uomo, vuoi! E facevi tanto l’amica!” Non era possibile: Nando mi aveva preceduta, rigirando la frittata in modo da ottenere un duplice risultato, mettere le mani avanti contro eventuali accuse e, nel contempo, allontanare da Lella una possibile influenza. Scossi la testa: quelle cose succedevano nei film, mi dissi. “Lella, ascoltami, ti stai sbagliando. Non è assolutamente andata come credi, anzi, come ti è stato riferito!” “Che cosa vorresti dire? Che il mio uomo è un bugiardo?” Si fermò, ansimando di rabbia. “Stammi lontana. Da oggi in poi, stammi lontana.” Si voltò e scappò via, lasciandomi in preda al più totale sconforto. I colleghi che avevano assistito alla scena non spiccicarono parola, ma si limitarono a scuotere la testa.

Da quel giorno, Lella iniziò a evitarmi e a voltare la testa dall’altra parte se, per caso, era costretta a incrociare il mio percorso. A volte, sentivo qualche collega spettegolare sull’ennesima caduta che aveva lasciato un segno blu sulla mano o sul ginocchio di Lella, e il mio cuore si faceva pensante. Non ebbi più, però, il coraggio di rivolgerle la parola, fino al giorno in cui mi arrivò quella voce. “Lella è caduta di nuovo, dalle scale, e stavolta si è fatta molto male. E’ ricoverata.” Non ce la feci più a trattenermi, e la sera stessa mi presentai in ospedale con un mazzo di fiori.
Arrivai al limite dell’orario di visita, e, nell’avvicinarmi alla sua stanza, ne vidi uscire Nando. Nascosi il viso dietro ai fiori, e mi accertai che se ne fosse andato prima di entrare a mia volta. Lella era lì, con lo sguardo fisso nel vuoto. Se mi aspettavo un’esplosione di rabbia al mio arrivo, mi ero sbagliata: ricevetti, anzi, un debole sorriso.
“Grazie” mi disse, accettando i fiori. “Sono belli.”
“Lella, cosa ti è successo?” chiesi, sul punto di piangere. Lei si irrigidì.
“Sei qui per tempestarmi di nuovo di domande e sospetti?” chiese, scura in viso. “No, sono qui per aiutarti. Hai bisogno di aiuto!”
Mi guardò sprezzante. “E tu chi sei, per dirlo? Sei una santa, tu? Non litighi mai con tuo marito? Sono cose normali: litigi, scatti di rabbia, a volte si esagera. E secondo te cosa dovrei fare? Prendermela per un incidente? Denunciare Nando, rovinarlo, solo perché a volte perde la pazienza?” Prese fiato. “E comunque, se succede me lo merito. Torna a casa stanco e io lo tormento con le mie pretese. Mi sta bene!” “Lella, ma cosa dici? Non è normale, non è normale per niente! Tu sei una vittima devi, ribellarti!” “Il dovere di una brava compagna è proteggere il suo uomo, non metterlo nei guai per un episodio!” “Non è un episodio, sono mesi che va avanti questa storia! Lo rovineresti, dici? Ma è lui che si sta rovinando con le sue mani, e, quel che è peggio, sta rovinando te!” conclusi, urlando di disperazione.
Lella mi guardò con una smorfia sul viso. Per un attimo mi parve che volesse sciogliersi, tendere le braccia verso di me. Poi parlò. “Vattene, per favore” mi disse.
Senza una parola, mi voltai. Il rumore dei miei passi riempì il silenzio della mia mente.

Dopo un mese, Lella tornò al lavoro, ma non mi rivolse mai più la parola. Ci furono altri episodi, altri ricoveri, ma io non tornai più a trovarla: avevo gettato la spugna.
Oggi, però, il cuore mi sanguina nel ricordare tutto questo. Oggi che, in ufficio, i nostri occhi si guardano l’un l’altro colpevoli, alla ricerca di un’improbabile autogiustificazione, e le nostre lingue sono mute, inebetite dalla notizia che abbiamo appena ricevuto.
Lella è caduta. Per l’ennesima volta.
Ma questa volta non si rialzerà mai più.

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16 commenti Aggiungi il tuo

  1. Jacopo Topacio Cervi ha detto:

    Sublime!

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  2. Giuseppe ha detto:

    Bellissimo e toccante

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  3. Gianluca Giunta ha detto:

    Toccante… I miei complimenti all’autrice.

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  4. david nard. ha detto:

    ben scritto. la tecnica del dialogo serrato e il susseguirsi rapido di piccoli particolari ci fanno calare magistralmente nel racconto. ci emozionano.

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  5. Gul Policoro ha detto:

    grande Cristina!!

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  6. Roberto G ha detto:

    Intenso, “vivo”, reale. Complimenti Cristina

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  7. A.C. ha detto:

    Stile eccellente, racconto di grande impatto emotivo. Brava,

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  8. lisbethpfaff ha detto:

    Toccante, davvero… Complimenti!

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  9. Alessandro ha detto:

    Tocca l’anima e scalda tutte le rabbie di cui si è capaci con un turbine di fiato dialogato.

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  10. G. Nogueira ha detto:

    Brividi…tra le parole si può sentire Lella cadere!

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  11. Gaia T. ha detto:

    Tematica molto attuale, purtroppo!
    Brava, complimenti!

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  12. manila masini ha detto:

    Veramente molto bello. Complimenti!

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  13. Valevale ha detto:

    Impossibile non identificarsi con la voce narrante che osserva, agisce, si angoscia, prova a fare la propria parte e, purtroppo, perde. Mi sono sentita impotente anche io…
    Complimenti!

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  14. Voti utili ai fini del concorso 14

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  15. Marco ha detto:

    Un altro bellissimo racconto!

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