Notre Dame de Champs Elysee di Stefano Mazza

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Chiamatemi Maddalena, ve lo chiedo per favore.

Per quanto surreale, il mio nome intero è Maria Maddalena, come la patrizia ebrea dei Vangeli. Ciò che di prezioso avevo, il mio olio di nardo, l’ho usato per fare brillare persone spente, come la pioggia fa con le rocce grigie.

I miei genitori avevano una scheggia conficcata nella testa. Qualcosa di piccolo e persistente che riguardava le traiettorie del mio destino. Mio padre, ascoltando la messa, impose Maddalena, almanaccava sarei diventata una ribelle. Mia madre, dalle stesse messe, aveva tratto altre reti. Accarezzava la speranza che accettassi mansueta anche le vie meno logiche, come Maria. È da questa indecisione che nascono i malintesi. Mi domando cosa sarebbe successo se anziché la messa si fossero ispirati ad altri palinsesti, la televisione, il cinema, o magari il teatro. Avrei rischiato di chiamarmi Medea o Niobe o qualcuno di quei personaggi felici come Ofelia e Giulietta.

La colpa, lo so, non è della messa.

In chiesa, molti trovano quello che cercano, ma non tutti ascoltano quello che sentono: c’è chi nota il corpo atletico di Gesù, che la sofferenza deforma ma non infrange, e chi la corona di spine del Cristo, l’obbrobrio della croce per citare Agostino. C’è chi discute le gesta imperiose di San Giorgio e chi fraintende la spada di San Paolo. C’è chi disconosce le donne di Gesù e chi elogia troppo l’uso che Giovanni d’Arimatea fece della ricchezza di cui proprio non si disfaceva.

Ad ogni modo, da bambina, non sapevo verbalizzare così il mio dissenso. Non che ora le cose vadano meglio, ma ricordo che m’imponevo allora un ricco silenzio, sulle cui pareti curve rimbombava il Latino del prete. A me arrivavano giusto questi proiettili inefficaci, come insetti spacciati sul parabrezza di un’auto impellente.

Mi alzavo e m’inginocchiavo secondo una consuetudine che non dipendeva da me, meccanica, emulativa. Guardavo gli altri. Mi sentivo un’alga molle che faccia ginnastica con le onde, lunghissima, troppo verde nel mio cappotto domenicale.

Cosa combinavo in quel silenzio?

Non ero né angelica, come molti asserivano, né sbagliata, come mi voleva far credere la coscienza. Elucubravo cose fosche, ruminando scene di martirio. C’era una specie di sollievo nella violenza imposta dalle immagini sacre. Era l’eroismo immobile e inefficace dell’albero che sfida la scure.

Mi dava un coraggio opaco immedesimarmi nelle vite dei santi, era una specie di miopia, per cui dovevo avvicinarmi alle cose per vederle meglio, tanto che poi mi bruciavo. Solo anni dopo, a dire il vero, ho capito che quell’eroismo non era né bello né brutto. Semplicemente era acerbo per personcine così giovani. Non era colpa di nessuno, è che manca un’educazione sentimentale a uso dei giovani. Le persone cadono nella vita come il manzo nel tritacarne, è un fatto. Non a caso, la prima azione che compiamo è piangere. E ci sculacciano

Adesso, quando mi assale una strana rabbia verso i testi sacri, mi capita di andare per boschi e mi sorprendo di quanta resistenza abbia nelle gambe o quanta poca voglia ci sia in me all’idea di regredire alle maschere achee di moglie o di madre.

Nel bosco mi sento completa, circondata da una brutalità selvaggia che non conosce cattiveria. Qui, contemplo i rami degli alberi più antichi e involontariamente ci vedo duri patiboli cresciuti con lentezza. So che quella fantasia e il tramonto non si devono incontrare.

Da piccola, invece, ne parlavamo tra amiche: sommessamente, – prima della comunione o della cresima, – nei ritagli di tempo, sui muri della noia, sui rifugi smantellati, sulle promesse mancate, noi scrivevamo in lettere diafane il nome della nostra eterna Signora.

Eravamo onnipotenti all’interno dei nostri segreti e lo sentivamo, ma gli adulti ci piombavano addosso con gli Stivali delle Sette Leghe, facendo cadere quei ninnoli delicati con il riguardo dei terremoti. I grandi temevano ci affacciassimo troppo presto al sesso, che affiorava allora come una balena assetata d’aria, ma noi, in verità, eravamo calamitate dall’unico tema che nessuno nominava mai di fronte ai bambini. Ci interessava principalmente quel meccanismo perfetto che serve per rendersi di nuovo invisibili agli occhi del mondo. Agognavamo qualcosa che ci rendesse sottili, impalpabili.

E non temevamo la Morte, poiché noi provenivamo da essa.

Temevamo un’altra cosa: dimenticare come fosse, smarrire la via di casa.

Non che il sesso e la morte fossero davvero disgiunti e lontani, ma il sesso assomigliava a qualcosa di sporco, un’anguilla umida e tenace, l’aprire anzitempo il tempio fresco del corpo al dettato di un Sole violento.

Per mesi, ricordo, fece tra noi la staffetta del resoconto che un’amica poco più grande ci consegnò del suo primo bacio: disse che era ruvido e salivare e che il ragazzo non sapeva dove mettere le sue mani umidicce e che a lei era balenata di colpo un’inventiva assurda, come avesse il suggeritore nella buca, ma non voleva passare per troia. Quella parola stonata ci rimbombò in faccia, una grancassa in una banda d’archi.

A turno, per tutte noi, giunse l’ora implacabile di voler diventare adulte il più in fretta possibile. Tuttavia, in quell’ultima estate d’infanzia, era ancora lucido il desiderio d’arrivare alla nostra Signora, prima che il sesso ci trovasse. Facevamo quindi giochi preparatori: seguendo un po’ la scansione degli studi che si susseguivano alle elementari.

Erigevamo tumuli di pietre o seppellivamo piccoli animali fasciati di garze. Una volta, poco dopo l’inizio del Medioevo, costruimmo, Dio solo sa come, barchette di legno, che galleggiavano scintillanti di paraffina e colla, e poi, nonostante lo sforzo poderoso, verso la metà di un tiepido Febbraio, le spingemmo con i bastoni a largo, affidandole alle fiamme e guardandole affondare nel piccolo lago, attorno al quale i più grandi si dimenticavano di sé per scambiarsi apnee preoccupanti, all’ombra degli alberi in fiore.

Nella vita, ciò che assomigliò maggiormente a quei giochi incendiari fu proprio l’Amore. Costruire macerie. Forgiare l’amalgama di paura e desiderio.

Sì, ho una visione scura dell’Amore, una mattanza bruna che mi ricorda l’ascesa fratricida del Nazismo. Eppure resto romantica e passionale, a modo mio, ma l’Amore non è quella cosa che raccontano. L’Amore è una questione di potere, di controllo. E serve a uno scopo esatto: ottenere in anticipo frutti altrimenti preclusi. L’Amore funziona come una serra.

L’infante appena nato, attraverso l’amore che suscita, ottiene il cibo, altrimenti muore. Il ragazzino baratta la propria incorreggibile libertà per l’amore dei genitori, altrimenti teme l’abbandono. L’uomo compra il diamante alla donna, perché non conosce altro che il linguaggio mercantile, e lei si lascia comprare perché da sola impiegherebbe duecento anni a comprare la casa che sogna. Entrambi temono la debolezza della solitudine, che è la cifra delle maghe e degli eroi.

Non è andata sempre così: io ci credevo all’Amore.

Io ci credevo all’Amore, come il medico che ha bisogno della malattia per riconoscere l’uomo. Da sempre temo, c’era dunque qualcosa in me che somigliava a un giradischi inceppato, che non si poteva aggiustare. Ad Antonio, il mio primo ragazzo, volli dimostrare che non tutte le ragazze fossero delle zoccole infide, come lui si ostinava a ripetere. Presi quell’impegno, poiché mi pareva impossibile che – frequentandomi, conoscendomi, amandomi – potesse continuare a sbattermi in faccia quell’arbitraria pretesa.

Mi attribuiva tutte le nefandezze che avrebbe fatto lui se fosse stato una donna. Mi percuoteva contro gli scogli come il subacqueo fa col misero polpo. Mi rimproverava le gioie più miti, persino i sorrisi scambiati in sua presenza con le mie amiche, che erano ai suoi occhi un postribolo itinerante. Alla fine ci lasciammo, perché aveva trovato una apparentemente più zoccola di me, che non usciva mai di casa e nemmeno per andare a farsi medicare.

Con Carlo fu diverso e persino peggiore. Lo conobbi dopo un suo lutto tremendo, aveva perso la fidanzata, come si perde un anello nel mare, in un incidente d’auto e guidava lui. Le dinamiche erano poco chiare, ma la discrezione imponeva domande minime. Mi disse che le assomigliavo.

Entrambe avevamo i capelli di un castano ramato, che ricordava l’oro rosso dei Nibelunghi. Carlo, nonostante gli occhi celesti, aveva uno sguardo d’ossidiana, un pozzo in cui la carrucola scendeva veloce. Emanava la precarietà che hanno d’Autunno le foglie o la neve a Primavera.

Non era bello da perderci la testa, ma sprigionava un fascino che non seppi misurare. La vita, credo, è quella cosa che accade quando non siamo preparati.

Si mise a piangere in un modo torturato, che non conoscevo. Eravamo sotto un gazebo remoto, bendato di gelsomino, a una festa noiosa che suggeriva evasioni, come una voliera. Quel pianto fu una confidenza malata, ma la sua tristezza melliflua mi colava addosso vischiosa. Impantanava il pensiero.

Era rannicchiato, poco più di un uovo, col guscio e tutto, e lo abbracciai, perché fu il gesto che si effuse dalle mie braccia, senza che potessi oppormi. Lui mi mise le mani addosso, ricattandomi con quel dolore. Si prese il mio corpo, come un indennizzo, con forza e rabbia e un compiacimento lugubre, che la mia resistenza alimentava.

Sentii il mio seno ritirarsi, lo stomaco chiudersi, la lingua inerte esser sollevata e riposata dalla sua, come il corpo di un’otaria in balia di un’orca. Nemmeno la voce affiorava alle labbra. Non seppi dir nulla. Ero altrove a compiacermi della scena, come ci si gode l’ira stupenda dei vulcani.

E involontariamente parteggiavo per lui, contro ogni ragione, perché in quel momento era forte. Anche dopo, negli anni, quando mi picchiò sentì sempre un sentimento misto, per il quale mi odiavo, era come se lui battendomi volesse farmi sputare un oggetto, che mi s’era impigliato in gola. Solo che paradossalmente, l’oggetto diventavo io. A pensarci, è la stessa funerea meraviglia del circo: il domatore picchia un elefante, lo costringe a fare cose tristi, e la gente applaude.

E quella prima volta, io, con gli occhi sbarrati che si riempivano delle sue lacrime, colsi nei suoi lo sfolgorio insopportabile di un animale in fuga. Si pentiva e si scusava della prepotenza da cui non poteva astenersi. Fu il bacio duro di uno scorpione. In me, qualcosa si plasmava e sgretolava, come un Golem evocato da uno stregone inesperto. E intuii che quando il sentimento lambisce l’orlo dell’eccesso, t’innamori unicamente delle gioie più ardue, che si danno alla macchia attraverso i rovi più fitti. E in quella corsa a perdifiato si consuma l’eclissi del pensiero.

Fu lì che decisi che dovevo occuparmi della felicità di Carlo. Ho sempre trovato accattivanti gli uomini che da me volevano una sola cosa. Si accendeva in me una scintilla maliziosa, una specie di smania dal sentore di sfida: solo attraverso me, avrebbero fatto un’esperienza così diversa di tutto, che le loro convinzioni si sarebbero ingentilite.

E poi mi tranquillizzava avere qualcuno che mi volesse per una cosa così chiara e pulita. Era un modo, letterale, di tenerli per le palle. Ho sempre pensato che il sesso potesse aggirare il dialogo, la confusione unta delle parole.

Divertimento e piacere si portavano dietro il torbido, come l’uragano. In quel gesto, v’era la forza irriflessiva della malattia mentale. I matti, proprio perché hanno l’Io rarefatto, sono creature pure capaci di mischiare la gioia dell’estasi e l’energia cupa nel delitto.

Eppure, dietro quelle violenze, mi sentivo protetta: pensavo che nessuno potesse desiderare davvero di distruggere la fonte del proprio diletto. Mi sbagliavo, ma tardi ho capito le ragioni: il piacere è ciò che ci rende vulnerabili e molti non amano perdere la maschera davanti a chi ritengono più debole di loro.

Un giorno facemmo un’escursione, che somigliava insistentemente alla gita in cui aveva perso la sua ultima fidanzata. Su un rettilineo scattante, prese a toccarmi con la mano libera, sapendo che odiavo le spericolatezze. Gli chiesi di smettere, con tutto il garbo di cui ero capace nella paralisi emotiva che m’impiastricciava. Mi uscì una voce lamentosa, che gli regalò quell’audacia perversa che gli conoscevo. Si divertiva a umiliarmi, a vedermi cedere. E mi rassegnai a delegare a lui, ancora una volta, i tempi della mia voglia.

Poi in un istante che apparteneva già a un altro mondo seppi cosa voleva fare. La macchina scricchiolava sulla ghiaia ai lati della carreggiata, un demone dentro di me, saltò verso il volante, lo sterzò in modo così brusco che Carlo, che lo reggeva con una sola mano, restò spiazzato. La solidità nodosa di un albero, che in ospedale dissero fosse un leccio, ci avvicinò spaventosamente alle mani tese del Creatore.

Sdraiata tra le lenzuola bianche, inondata di luce chiara, ricevetti la visita dei miei genitori, impigliati ai lati del letto, come angeli di cera nel mezzo di un incendio. Mio Padre ispezionava una Maddalena maltrattata, mia Madre pedinava Maria nel tono indocile dei miei sguardi tumefatti. Nello schianto, s’erano confusi i lividi dell’incidente con quelli della relazione, ma, in tutto quel bianco, ero un essere viola e dispotico, una Quaresima tremenda che passeggi entro un candido roseto di attori inoperosi.

Mio Padre me lo disse apertis verbis:

– Non sopporto di vederti infelice! –

A mia Mamma importava altro:

– Carlo non muoverà più le gambe, figlia mia! –

– Stava cercando di uccidermi, mamma! – ribattei.

– Sì, ma cosa penseranno gli altri? –

Restammo in silenzio, perché era il solo suono che sopportavamo, cui potevamo attribuire la sfumatura del dubbio. Non ero guarita da me stessa nemmeno per sogno, ma avevo acceso una fiaccola nella tana della mia disperazione e, se non altro, guardavo in faccia le pitture rupestri del mio passato.

L’incidente fu utile. Forse vogliamo tutti questo: nascere con le nostre mani ed io nacqui nuovamente quel secondo giorno, tra la vagina rovente di quelle lamiere, con addosso la crudeltà rituale della mantide.

In sedia a rotelle, spingendomi con il braccio non ingessato, raggiunsi, a furia di giravolte, la stanza di Carlo. Covava inerte sotto la prigionia del gesso. Poteva muovere solo i suoi occhi di petrolio ed io brandivo l’innocenza dei fiammiferi.

Ora che era impotente non lo avrei potuto più amare, dissi. Scelsi la parola con cura, per devastare in lui ciò che prima devastava me, ma, senza una spiegazione, non provai il miele della vendetta. Ero stata Lilith, l’amante del Diavolo, colui che sussurra nel buio, quella era la vera ricompensa.

Carlo ebbe il tempo di sciorinare il sarcasmo dei vinti:

– Dacci oggi il nostro pene quotidiano e non indurlo in astensione, omen! –

Poi mi guardò schivo con la delicata intermittenza di un gatto che beve. Era il suo modo esiguo di fare pace. Infine chiuse gli occhi, che, in quelle condizioni, equivaleva al girarsi dall’altra parte, dove forse proiettavano il finale che avrebbe preferito: io morta, come la sua ex, nello stesso modo atroce e indimostrabile, e lui consolato dagli amici, a ricordarmi maiala ma non porca, che sono la stessa cosa nell’atto e nell’assenza.

Credevo d’aver superato le prove più dure. In me ritornava l’antico relitto del passato patriarcale, l’idea calcarea di esistere solo se fossi stata utile a qualcuno. La-fragilità-che-non-si-spezza era la mia forza. E mi piaceva essere importante per il mio aguzzino: questa era stata la certezza, l’identità, il rubino. Importante perché indispensabile.

Di colpo, mi sentii una rondine in Inverno. In un frak satinato, tanto elegante che difficilmente poteva esser caldo.

Con il nostro amore immane, vorremmo allontanare gli uomini dall’inadeguatezza e liberare noi stesse dalla vergogna. Ci carichiamo di responsabilità titaniche, quasi mai le nostre. Questa è la conclusione cui sono giunta dalla psicologa: vorrei essere responsabile della mia intelligenza, tutto qua. Cercava di aiutarmi. Poveretta! Roba da strapparsi la laurea. Ci abbiamo impiegato mesi. Guarire è una parola enorme.

Devo però a lei questa intuizione: la felicità è ottenere quello che vuoi, scrive il poeta Steve Levine, la gioia è essere ciò che sei veramente. Solo che agli uomini insegnano la seconda parte, alle donne la prima. Così, per ottenere ciò che vogliamo, l’amore diventa la scusa che ci raccontiamo per farci coraggio. E per farlo dobbiamo essere impeccabili: bambole di porcellana con un’anima in decomposizione.

Non mi spiegavo perché fratelli, amanti, nonni e padri si sentano in diritto di infliggere il male soprattutto a chi ha fatto loro del bene: bestie fameliche in famiglia e agnelli col prossimo. Forse perché non pensano di meritarlo quel bene e odiano se qualcuno nei fatti li contraddice.

Allora mi sono chiesta perché noi donne, amanti, figlie, madri proteggiamo lo stupro di chi ci degrada. Lo fanno le contesse e le contadine, le attrici acclamate e le ballerine di fila, le commesse, le laureate.

Forse preferiamo credere di non sbagliare mai, ci imbarazziamo alla sola idea di aver commesso un errore, poiché siamo state educate alla logica dell’impegno e del sacrificio e dell’unica chance. Preferiamo essere brave, efficienti, anziché autentiche. Dobbiamo essere belle anche nella sconfitta: la bellezza infangata desta meno scandalo di una bellezza assolta dalle sue colpe immaginarie. E sai che c’è?

Proprio noi, le vittime degli orchi, spesso davanti a una donna annichilita, ci chiediamo ancora in cosa lei abbia sbagliato per incorrere in una follia, che farebbe tremare Sherazade.

Ho scoperto che non si può fuggire.

Bisogna entrare nelle cose ed essere seducenti.

Ti pare una contraddizione, vero?

Non lo è. Seducente non significa affascinante: è qualcuno che sa condurre se stesso, magari altrove. Ecco dove sono diretta. Come Didone, Tenco, Hemingway e la Woolf.

Devo riannodare e compiere i giochi imprudenti che ho iniziato quand’ero ancora bambina, quando non avevamo paura di corteggiare Nostra Signora, la Morte.

E, la prossima volta, devo uscirne viva.

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